Un'altra vita all’improvviso - Come farsi catapultare impreparati nel mondo di Jane Austen - Capitolo 3 • Barbara Mapelli
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Un’altra vita all’improvviso – Come farsi catapultare impreparati nel mondo di Jane Austen – Capitolo 3

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Romanzo a puntate scritto da Barbara Mapelli

Versione alternativa a "Orgoglio e Pregiudizio"


 

Capitolo 3

Il Diario di Sara

Mercoledì 6 setembre 1797
Ogni giorno che pasa in sto logo devo afrontar sempre più problemi che no rivo a risolver. La caminada a Meryton, per quanto la ga cominsiado ben, ala fine la se ga rivelado un vero casin. Son tornada a casa dei Bennet co ‘l vestito tuto sporco. Go dovudo sorbirme venti minuti de làina1 de parte dela siora Bennet che no te digo. No xe dignitoso la, no xe dignitoso qua e bla, bla, bla… Non la me ga gnanca domandado come che stago. Tu mare grega me son tolada per tera, come la pensa che dovevo tornar?
E me diol anca el genocio.
Ogni tanto la se comporta come una vecia marantiga. Go distudà le orece, anca perché la ciacola solo monade.
El sior Bennet devo dir che xe sta sai cocolo con mi. Ga brontolado sai con la molie. Ghe ga risposto pelrle rime e po finalmente la xe stada zita.
Dopo la mia corsa per fermar la siora Hill, son ‘ndada nela botega do che la go vista vignir fora. Go ciacolado col marzer2. No me spetavo de scoprir qualcossa su sta siora. Xe una roba positiva: la xe un’abitudinaria. Ogni tre mesi la va in quela botega a ordinar vestiti, quindi ghe pol eser ancora qualche speranza de becarla e capir come tornar casa. La roba negativa inveze xe che devo spetar tre mesi prima che la torni. Co ghe penso me se strenzi ‘l popoci…

Giovedì 7 setembre 1797
La mia vita in sto secolo la xe sai bibioso3. Total mancanza de eletrizità, de servizi igienici come dio comanda, de tecnologia, de mezi de trasporto che no sia zucai da bestie, de un’asistenza sanitaria che no meti in pericolo la tua vita, de tute quele robe e quei prodoti che te permeti una pulizia personal dezente e sopratuto de acqua corente, in modo particolar de acqua calda.
Sigh!

Venerdì 8 setembre 1797

Conosenza aprofondida del galateo: poche idee e confuse.
Ciacolar senza parlar de politica: no ghe la poso far.
Capazità de ciacolar solo monade: come sora.
Finir de vardar el celulare nela speranza de ciapar linea: no xe linea, xe inutle che te vardi ogni do per tre el celulare.
Imparar alcuni modi de dir per capir una ciacolada tra babe: ne conoso poche, ma qualcheduna me la ga spiegada Jane.
“Blade”, che no xe Blade il vampiro, ma vol dir “bellimbusto, elegantone”, una version più greza de “Beau” che vol dir un bel omo montà sul scagno. Se dovemo definir un che xe duro come un scalin, bisognerà usar el termine “Drunk as wheelbarrow”; inveze, se dovemo insultar con eleganza qualchedun, se pol dir “Vulgar mushroom”, xe un che ga do soldi de mona in scarsela e che caga continuamente fora del bucal. Il “Buffle-headed” o “dunderhead” saria el nostro mona, ma dito in modo più forbito (ma sempre mona el resta); “High in the instep”, xe chi monta sul scagno; “Doing it too much brown”, xe un che spara cagade a nastro.
Soramanigo nel ricamar: :-x
Interese per el matrimonio: :-//
Bali conosudi: no go alba
Capazità de intratener i ospiti sonando el pianoforte: questo sì, sperando che ghe piasi la musica del XX e XXI secolo.
Capazità nel cantar: diria de sì, ma solo canto moderno. Quindi come sora.
Arte: (y) :D Diria otimo.
Verginità: … :-0 …
Capazità de adatamento a sto secolo da 1 a 10: … 3 1/2

Sabato 9 setembre 1797
Son tornada più volte ala porta de piera che la xe nel giradin de i siori Bennet, per zercar de capir come poso tronar a casa. Le iscrizioni trovade a casa dela siora Hill, le go trovade anche qua. Go zercado de capir cosa le vol dir, ma gnente. Son andada baul e tornada cason.
Ogi, zo de bala me son rifugiada int’el la biblioteca del sior Bennet. Oltre al sior Bennet iera anche Mary che la xe scampada fora de la porta non apena che son ‘ndada dentro. La gaveva tuta una serie de libri in man che la fazeva fadiga a guantarli. La podeva anca restar, nisun ghe ga dito de andar via. El sior Bennet ga dito che la xe sai timida, cussì ciapada dalo studio e dal pianoforte. Go contado che anche mi sono el pianoforte. Tuto contento el me ga domandado se podevo sonar qualcosa. Non iero sai convinta, ma ala fine ghe go dito de sì – non apena Mery la se stacherà dal piano perché la xe sempre la tacada a sonar.
Le zornade del sior Bennt le pasa serà in ‘sto logo, tra scanzie piene de libri e cartine geografiche. El motivo xe stà: “per no sentire le monade de mi molie”. Come darghe torto.
Gavemo ciacolado per ore e ore de sai robe: leteratura, arte, religion e politica. Son stada ben e per la prima volta no go pensà a casa mia. El me ga anche dito de gaver incontrado el zelebre e giovine sior Bingley. Devo dir che no ‘l lo go neanche pe i tachi. La roba che sai me impensierisi xe el balo publico de Meryton tra do setimane. Sigh!

 

L

a sera stessa Sara andò a dormire prima del solito. Accese una candela e si incamminò con passi lenti su per le scale. Poco a poco i suoi occhi si abituarono alla fievole luce. Guardò la tremante fiammella muoversi a destra e a sinistra mentre si avvicinava sempre di più alla sua stanza. Pensò a tutte quelle comodità del ventunesimo secolo: elettricità, internet, servizi, automobili, aerei e tecnologia. Due secoli di progresso tecnologico e scientifico distanziavano il mondo di Sara con il loro. Più passavano i giorni, più Sara si accorgeva dell’esistenza di un profondo abisso che separavano le due realtà, le une dalle altre così lontane in ogni aspetto della vita umana. Per quanto ogni giorno si sforzasse di abituarvisi, l’abisso non scompariva, ma rimaneva lì, in attesa di essere riempito, forse da qualcos’altro. Colmato da qualcosa che ancora non conosceva. C’era un vuoto dentro di lei, di cui poteva solo vagamente intuire l’esatta essenza. E non si trattava delle comodità che da sempre avevano accompagnato la sua esistenza, ma di qualcosa d’altro per lei ancora estraneo.

    Aprì la porta della sua stanza, di quella che un tempo fu la camera di Elisabeth. Il caminetto era già acceso e il tiepido calore della camera si faceva già sentire. L’assenza dell’illuminazione artificiale le faceva un certo effetto, soprattutto la sera, prima di dormire, quando si metteva a leggere un bel libro o scriveva il proprio diario con la sua penna stilografica preferita. Già, perché Sara non si era ancora cimentata nell’utilizzo di penna e calamaio: non sapeva ancora quali pasticci sarebbe stata capace di combinare con un così semplice oggetto. Al momento non se ne preoccupava più di tanto, fintanto che la sua stilografica svolgeva la sua funzione in modo così eccelso.

    Ma quella sera decise di non scrivere più nulla della sua giornata e dei suoi pensieri. Lesse un po’ e dopo poche pagine si addormentò in un sonno profondo. Non so quanto fosse riuscita a dormire, una, due o tre ore, oramai aveva perso la cognizione del tempo, ma quando Sara si svegliò di soprassalto, fuori dalla finestra cominciava ad albeggiare. La sua camicia da notte era quasi del tutto bagnata di sudore. Cercò di ricordare il suo sogno: le immagini apparse nella sua mente erano poche e confuse, solo quei dannati simboli erano maledettamente chiari. Dei simboli di cui ancora non ne capiva il significato.

    Nella casa aleggiava ancora un profondo silenzio. Decise di alzarsi e di andare a correre. Meditò su quali possibili implicazioni avrebbe potuto portare quel gesto: una giovane donna vestita con una tuta da ginnastica intenta a correre su un sentiero alle prime luci dell’alba, non era certo una cosa che si vedeva ogni giorno. Erano più le cose che non si potevano fare che quelle moralmente accettabili e ammissibili. Le preoccupazioni che tormentavano la sua mente così come arrivarono, così se ne andarono all’istante. Aveva bisogno di schiarirsi le idee, contava per lei solo questo. Indossò la sua tuta e le scarpe da ginnastica, prese il suo iPod e uscì di casa in perfetto silenzio. C’erano due sentieri sterrati che si di diramavano dalla casa dei Bennet. Senza pensarci troppo, prese uno a caso e cominciò a correre.

    Percorse un lungo sentiero alberato. Il fresco odore del mattino, della terra umida e dei fiori selvatici, inebriava le sue narici a ogni sua falcata. Quanto le mancava correre lungo i sentieri tortuosi del Carso o percorrere con i suoi amici il lungo mare triestino. Il paesaggio attorno a lei non aveva certo nulla da invidiare: ricco e rigoglioso, dai prati verdi come smeraldo grazie alle intermittenti piogge annuali. La natura fresca era ancora circondata da fiori, il cui magico universo profumato veniva trascinato dal flebile vento. Sara iniziò a rallentare la sua corsa, fino a fermarsi del tutto. Con una mano si appoggiò al tronco di un albero per prendere un po’ di fiato. Sentiva il suo cuore battere forte per lo sforzo. Tolse gli auricolari dalle orecchie e chiuse gli occhi per qualche istante per raccogliere le proprie forze, quando li riaprì vide in lontananza un uomo a cavallo. Un metro dopo l’altro stava avanzando verso di lei. Presa dal panico pensò di nascondersi dietro qualche cespuglio: ma quale? Si guardo attorno, ma non c’era nulla che assomigliasse, anche in modo vago, ad un cespuglio. Attorno a lei c’erano solo prati verdi e pochi alberi sparsi qua e là. La tensione le fece irrigidire tutti i muscoli del corpo. Di cosa mai avrebbe dovuto avere paura, si chiese Sara tra sé e sé. Fece due lunghi sospiri e si rilassò fino a riprendere la calma. L’uomo era oramai così vicino che lo poteva vedere distintamente: era un’alta figura dai bei lineamenti del viso e lo sguardo fiero e sicuro. Lo straniero le passò vicino: la sua espressione era un misto tra sorpresa e stupore. I loro occhi si incrociarono per alcuni istanti, pochi secondi interminabili. Il cuore di Sara sussultò nel suo petto, poi lo sentì battere fino alla gola. L’uomo la salutò con un cenno di capo, mentre Sara se ne stava lì ferma come un palo, senza riuscire a proferire alcuna parola, nemmeno un semplice saluto. Lei lo seguì con lo sguardo mentre proseguiva lungo la sua strada, fino a che lo perse dalla sua vista.

    Il sole era già sorto nel cielo e i suoi raggi cominciarono a scaldarle il volto. Sara si ridestò. da quell’incontro fulmineo con lo straniero. Raccolse tutte le sue forze e decise di ritornare verso la casa dei Bennet.


Il Diario di Sara

Domenica 10 setembre 1797
Penso che la siora Bennet no ghe son sai simpatica. ‘pena son tornada casa sta matina dala corsa, la me ga becado subito. La me ga tirado fora ancora la storia del “no xe dignitoso”. Me son domanda come che quel santo de omo del sior Bennet la ga riavada a guantar per tuti sti ani. Che cugno de baba. Come sempre xe intervegnudo el mio salvator, el sior Bennet. Per quieto vivere, per almeno fin quando che son qua, el me ga domandà de no andar far corse fora. Va ben, farò qualcossa altro per tignirme in forma.
Son ‘ndada a far un bagno – iazado. Go ripensando al mato sul caval che gavevo incontrado poco prima – a vardar ben penso che me ga fato sai ben far un bagneto iazà.
Mentre iero in camara continuavo a sentir la siora Bennet che la brontolava come una cogoma. Ga durà bastanza e po no la go più sentida per un poco de tempo. Pase per le mie orece. Me son mesa a leger un romanzo che go ciolto dala biblioteca del sior Bennet.

Un cicinin più tardi
La siora Bennet la xe vegnuda in camara mia tuta contenta disendome de gaver torvado una soluzion per mi. Sinceramente nisun ghe ga mai domandà gnente e questo me impensieriva sai.
La ga me ga dito de gaver parlado con Lady Lucas sula mia situazion e le ga deciso insieme de aiutarme afidandome un chaperon… Ghe go risposto che no gavevo bisogno de una guardia del corpo, ma credo che no la ga capido sai cosa volesi dir. Ga poi zontando che devo saver come se se comporta in publico e sopratuto con i gentiluomini perché non devo cascar in disgrazia per qualche malaugurada situazion. La corsa in bosco iera una de queste…
Va beh, no xe che son ‘ndada in graia con qualchidun, go solo fato una corseta. Cosa xe mai de cussì scandaloso Dio solo sa. La me ga anche fato un elenco de tute le robe che non se pol far in presenza de un gentiluomo. No go rivado neanche a protestar per come veloce la parlava e de quanto contenta la iera.

  1. Lamentela, tiritera
  2. Merciaio
  3. Complicato
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